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«Il petro-euro scalza il petro-dollaro: è la vera ragione della crisi con l'Iran»


By liberazione - michele





Bisogna risalire a qualche mese fa, quando un autorevole ricercatore esperto
di petrolio - quel William R. Clark autore di Revisited - The Real Reason
for the Upcoming War with Iraq: a Macroeconomic and Geostrategic Analysis of
the Unspoken Truth (Le vere ragioni della prossima guerra contro l'Iraq:
un'analisi macroeconomica e geostrategica della verità non detta) - puntava l'indice sul prossimo obiettivo. Attenzione, scriveva Clark il 5 agosto scorso, le tensioni geopolitiche fra Stati Uniti e Iran «vanno ben oltre le preoccupazioni per il programma nucleare iraniano, come pubblicamente affermato, ma riguardano molto più plausibilmente il tentativo di Teheran di proporre un sistema di scambio del petrolio basato sul petro-euro». Esattamente come per il conflitto con l'Iraq, scrive Clark, «le operazioni militari contro l'Iran sono strettamente collegate con la macroeconomia e con la sfida alla supremazia del dollaro costituita dall'euro come moneta alternativa per le transazioni petrolifere, una sfida non pubblicizzata ma molto, molto seria». Secondo Clark e numerosi analisti, infatti, più dell'accesso ai pozzi garantito dall'occupazione militare è stata proprio la salvaguardia della supremazia del dollaro all'origine dell'invasione dell'Iraq. Saddam insomma avrebbe firmato la sua condanna a morte non per le sue inesistenti armi di distruzione di massa né tanto meno per i massacri dei civili, quanto per avere deciso di farsi pagare in euro le esportazioni di petrolio. Secondo alcuni insider della Casa Bianca
l'operazione Iraq freedom, oltre a stabilire una presenza militare e un governo
filo-americano, aveva specificamente l'obiettivo di riconvertire in dollari
gli scambi petroliferi iracheni e far passare ai paesi Opec ogni fantasia di
transizione all'euro - ovviamente più conveniente in quanto meno svalutato
del biglietto verde.

Nel caso dell'Iran, sostiene Clark, la minaccia sarebbe molto più concreta
visto che Teheran ha annunciato, per il marzo prossimo, l'apertura di una
vera e propria borsa petrolifera alternativa alle uniche due ufficialmente
riconosciute, il Nymex di New York e l'Internatonal Petroleum Exchange di
Londra, una borsa appunto basata su di un sistema di scambi interamente basato
sull'euro e tacitamente appoggiata da altri paesi produttori. Perché sia
così grave lo spiega a chiare lettere lo stesso Clark: «Se la borsa iraniana prendesse piede, l'euro potrebbe irrompere definitivamente negli scambi petroliferi.
Considerando il livello del debito statunitense e il progetto di dominio
globale portato avanti dai neocon, la mossa di Teheran costituisce una
minaccia molto seria alla supremazia del dollaro nel mercato petrolifero
internazionale».
Dal punto di vista esclusivamente economico e monetario, l'avvio di un sistema in petroeuro è uno sviluppo logico visto che l'Unione europea importa più
petrolio dai paesi Opec di quanto non facciano gli Stati Uniti e, di fatto, gli europei pagano il petrolio iraniano in euro già dal 2003. Ma una vera e propria competizione fra le due monete, in una borsa indipendente dai desiderata di Washington ma lasciata in balia della proverbiale mano invisibile, è l'incubo della Federal Reserve perché, come scrive Clark «gli Stati Uniti non potrebbero più continuare a espandere facilmente il credito attraverso i buoni del tesoro e il valore del dollaro crollerebbe». La borsa iraniana sarebbe insomma una tappa fondamentale verso il passaggio dell'Opec dai petrodollari ai petroeuro, passaggio facilitato anche dal comportamento delle banche centrali di due giganti, Russia e Cina, che dal 2003 hanno cominciato ad accumulare la divisa europea.

Non la solita vecchia propaganda anti-sionista, quindi, né tanto meno un programma nucleare che forse, fra una decina d'anni, potrebbe condurre l'Iran alla bomba atomica - ma allora perché non nuclearizzare subito la Corea del Nord?
Sono i petroeuro a spaventare gli americani. Ecco perché, dall'autunno del
2004 fino all'estate del 2005, i generali del Pentagono sono stati chiamati
a sfornare ogni sorta di simulazioni d'attacco all'Iran; ed ecco perché si
sono nel frattempo moltiplicati gli strali contro un regime che non è più
antisemita o più brutale di quelli che governano il Pakistan o l'Arabia
Saudita.

Il problema dei generali è che, forti dell'esperienza irachena, sono
costretti a scartare a priori l'ipotesi soft - quella del cambio di regime -
così come un'invasione su larga scala contro il ben più solido e numeroso esercito di Teheran. Ed ecco allora farsi strada svariate ipotesi, tutte abbastanza spaventose ma alcune decisamente agghiaccianti, come quella descritta dall'esperto di intelligence Philip Giraldi su The American Conservative, sotto l'illuminante titolo: "In caso di emergenza, nuclearizzate l'Iran".
Oltre a fornire notizie sulla ripresa dell'intensa attività di pianificazione da parte dei militari, Giraldi rivela che, in caso di un altro attacco terroristico sul suolo americano, l'ufficio del vice-presidente Dick Cheney vuole che il Pentagono sia pronto a lanciare un attacco nucleare contro Teheran, anche se il governo iraniano non risultasse coinvolto con l'attentato. Su istruzioni del vicepresidente il Pentagono ha quindi incaricato il Comando strategico statunitense (Stratcom) di stilare un piano che include appunto un attacco aereo su vasta scala contro obiettivi iraniani, sia con armi convenzionali che con le nucleari tattiche progettate per distruggere i bunker.

La domanda è quindi una sola: l'operazione è già cominciata?