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Note sulla Direttiva Bolkenstein


By Anna



Note sulla Direttiva Bolkenstein

di Marco Rizzo
La proposta di direttiva Bolkestein relativa ai servizi nel mercato interno si inserisce nel processo di riforme economiche avviato dal Consiglio europeo di Lisbona allo scopo di fare dell'Unione Europea, entro il 2010, un paese con una economia tra le più competitive nel mondo. Il notevole potenziale di crescita e di creazione di posti di lavoro che caratterizza il settore dei servizi - secondo la lettura di tale direttiva - non ha ancora potuto concretizzarsi a causa dei numerosi "ostacoli" che si opporrebbero allo sviluppo delle attività di servizi nel mercato interno.
Cosa sono in realtà quelli che la direttiva chiama ostacoli? Sono spesso disposizioni prese dai poteri pubblici per cercare di migliorare al massimo le prestazioni dei servizi dal punto di vista dell'utilizzo dei fondi pubblici, dell'accesso per tutti al servizio (secondo il principio dell'universalità dei diritti), delle garanzie fornite per la sua qualità, del diritto al lavoro, delle tariffe e delle regole sulla trasparenza.
La conseguenza è che in nome di una competitività sfrenata assunta quasi a ideologia, si vuole procedere speditamente verso lo smantellamento di quel poco di stato sociale che rimane a livello europeo, cercando di imporre ai 25 Paesi membri le regole della concorrenza commerciale in tutte le attività inerenti i servizi che non siano già regolamentate da altre normative europee. A tale proposito ben si comprende come i Paesi in un certo senso piu' interessati dalla direttiva Bolkestein siano propri gli ultimi ammessi nell'Unione, perché con una economia piu' debole e minori disposizioni in materia di diritti.
Al fine di eliminare gli "ostacoli" alla libera circolazione dei servizi la proposta prevede l'introduzione e l'applicazione del principio del Paese d'origine, in base al quale il prestatore di servizi è sottoposto unicamente alla legislazione del Paese in cui ha la sede legale. Inoltre gli Stati membri non possono imporre restrizioni ai servizi forniti da una azienda di un altro Stato membro.
Il pericolo della ricaduta pratica immediata di tale principio è la possibilità, nemmeno troppo remota, di un incitamento legale per i privati a spostare la propria sede legale presso i Paesi dove le norme fiscali, sociali e ambientali sono piu' permissive, con il risultato che il nuovo principio, una volta diventato norma europea, eserciterà una forte pressione al ribasso sui Paesi che hanno standard che garantiscono e proteggono l'interesse generale.
Altro dato grave: "il principio del Paese d'origine" viola l'articolo 50 del Trattato che istituisce la Comunità europea, secondo il quale il fornitore di servizi fornisce temporaneamente prestazioni alle stesse condizioni del Paese in cui intende estendere o spostare le sue attività. L'alibi di snellire le procedure amministrative e burocratiche che consentono agli erogatori di servizi di fornire servizi in un altro Paese dell'Unione, ha portato a sostenere anche l'introduzione del diritto dei destinatari di utilizzare servizi di altri Stati membri senza che questo venga impedito da misure prescrittive del loro Paese o da controlli di autorità pubbliche. Ad esempio, nella sanità, per i pazienti questa direttiva elenca i casi in cui uno Stato membro può sottoporre ad autorizzazione il rimborso delle cure sanitarie prestate in un altro Stato membro, con la conseguenza di una probabile riduzione dell'accesso alle cure mediche gratuite.
Allo scopo di eliminare quelli che vengono impropriamente definiti ostacoli la proposta prevede:
- misure di semplificazione amministrativa, in particolare la creazione di sportelli unici presso i quali il prestatore di servizi può compiere le procedure amministrative relative alla propria attività;
- una serie di principi che dovranno essere rispettati dai regimi d'autorizzazione;
- il divieto di alcune prescrizioni giuridiche particolarmente restrittive che possono ancora sussistere nelle legislazioni di taluni Stati membri.
Certo, esistono anche alcuni punti positivi, scritti però in modo ambiguo, come:
- l'armonizzazione delle legislazioni (che in realtà non potrà piu' essere effettuata se la direttiva Bolkenstein entrerà in vigore) allo scopo di garantire una tutela equivalente dell'interesse generale su questioni essenziali, come le garanzie dei consumatori (non vengono mai considerati in questo caso i lavoratori) in particolare per quanto riguarda gli obblighi d'informazione del prestatore, l'assicurazione professionale, le attività pluridisciplinari, la composizione delle controversie, lo scambio di informazioni sulla qualità del prestatore.
- un'assistenza reciproca rafforzata tra autorità nazionali per garantire un controllo efficace delle attività di servizi in base ad una ripartizione chiara dei ruoli tra Stati membri e ad obblighi di cooperazione.
- misure volte a promuovere la qualità dei servizi, come la certificazione volontaria delle attività, l'elaborazione di carte di qualità o la cooperazione tra camere di commercio e dell'artigianato;
- la promozione di codici di condotta elaborati dalle parti interessate a livello comunitario in merito a determinate questioni, in particolare le comunicazioni commerciali delle professioni regolamentate.
Ma se ogni azienda potrà regolarsi secondo la disciplina giuridica dei singoli Stati, è palese che il principio dell'armonizzazione sarà, nei fatti, immediatamente disatteso. Ciò è in realtà un colpo mortale per l'Unione europea, che, al di là dei proclami sulla necessità di dotarsi di una normativa comune a tutti i suoi Stati, si troverà al contrario ad avere nei fatti 25 discipline diverse.
La sostanza, dunque, al di là dei proclami e delle belle parole che la direttiva comprende - questi sì di scarsa attuabilità e difficilmente verificabili - è l'avvio di un processo di graduale smantellamento del welfare europeo. La Direttiva Bolkenstein, purtroppo, rappresenta pienamente gli interessi delle imprese: vi è una contraddizione insanabile tra la proclamazione dell'intento di volere rispettare al massimo livello i diritti sociali e quelli del lavoro e la direttiva in questione, che è improntata alle privatizzazioni e all'economia di mercato. Lo si vede anche nell'uso delle parole: sovente la direttiva inverte volutamente il significato delle stesse. Ad esempio: i "controlli delle attività pubbliche" possono diventare "comportamenti discriminatori" oppure le "politiche di tutela dei diritti" si trasformano in "misure restrittive" e via dicendo.
Questo progetto, in realtà, è ultraliberista e sottrae ai poteri pubblici, nazionali e locali, qualsiasi diritto di indirizzare l'organizzazione delle attività, dello sviluppo e dell'espansione economica nel proprio Paese. La sua entrata in vigore sarebbe un colpo mortale per il livello della qualità della vita nell'Unione europea perché si verificherebbe l'imposizione di una economia esclusivamente retta dalle leggi del mercato, con la conseguente cancellazione dell'assistenza pubblica e dei diritti sociali, che sarebbero subordinati esclusivamente al profitto. Non è infatti un caso che la Bolkenstein non dica chiaramente a quale tipo di servizi intende indirizzarsi: non è del tutto chiaro se essa voglia indirizzarsi verso aziende private o anche verso il pubblico che fornisce servizi: in quest'ultimo caso sarebbe l'inizio della privatizzazione completa dei servizi. Non solo, la Bolkenstein puo' addirittura prestare il fianco a chi, come la criminalità organizzata, potrebbe inserirsi nelle maglie della proposta, per riciclare denaro sporco ed allargare le proprie aree di controllo e di influenza, proprio a partire dai nuovi Paesi membri.
Si acuisce così la minaccia della destrutturazione del mercato del lavoro e delle regole consolidate di protezione dei lavoratori. Scompaiono le norme negoziate di inquadramento del personale, non vi sarebbero piu' né garanzie né controlli adeguati in settori fondamentali come la sicurezza, l'igiene e impatto ambientale, visto che norme e leggi verrebbero rimandate al principio del Paese di provenienza.
La presente proposta di direttiva creerebbe inoltre inevitabilmente fortissime restrizioni al diritto degli Stati membri ad agire contro abusi in materia di diritto del lavoro e di controllo rispetto alle condizioni di lavoro dei lavoratori temporaneamente dislocati in un Paese terzo.
Manca ancora uno studio della Commissione europea sull'impatto reale della direttiva rispetto alle condizioni di lavoro degli interessati e sulle ricadute della stessa rispetto alle dinamiche economiche che si verrebbero a creare soprattutto negli Stati che hanno condizioni di welfare e di diritti piu' avanzate.
Vi è, in sostanza, una mancanza totale di una valutazione da parte della Commissione europea tant'è che non c'è stata nemmeno la consultazione delle parti sociali e dei soggetti chiamati in causa al momento della proposta di direttiva. L'approccio alla Bolkestein è puramente commerciale, crea una protezione per i valori del mercato interno, ma non per quelli sociali.
In estrema sintesi, la direttiva Bolkestein penalizza le legislazioni nazionali uniformandole al ribasso, prendendo a riferimento gli Stati con minori diritti sociali e individuali. L'esatto opposto dell'Europa dei diritti che vorremmo costruire