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Articolo inserito nella sezione Forum Abruzzese delle Arti
By Gestione
Incontro nazionale del forum del teatro
Roma, 18 e 19 gennaio 2003
rialtosantambrogio
18 gennaio
Maurizio Biosa
Dopo Firenze il forum del teatro ha prodotto un documento conclusivo in cui prevalgono due aspetti:
1) il fare, e cioè coinvolgere l'arte in modo netto e diretto sui territori, creando relazioni con i fori sociali ma non solo, e proponendosi come parte attiva e propositiva di iniziative (15 febbraio,1 maggio);
2) la lista di discussione, che si presenta come strumento di continuità per la comunicazione e il confronto, per stimolare a mettere in rete poetiche, desideri, emozioni che possano essere condivisibili, quindi collettivi.
Altri momenti di confronto precedenti all'incontro di Roma sono stati :
- rileggere San Salvi, ovvero sbobinare gli interventi del primo Forum Europeo del Teatro e farli circolare in lista, per stimolare contributi e riflessioni;
- l'appello alla democrazia, creato con i fori sociali e nato come risposta alla realtà che ci circonda (arresti a Cosenza), ma nato soprattutto per farsi carico consapevole che quell' atto è stato l'unico modo, da parte dello stato, di rapportarsi con i fori sociali, e per dire che parlare di cultura oggi è possibile solo se i diritti di espressione possono essere liberamente comunicati;
- un’altra iniziativa già partita è quella di allargare la rete all'Europa, attraverso la lista @proeurope, per mettere in rete gli stranieri già presenti a Firenze, costruire e consolidare relazioni dirette, comunicare l'iniziativa di artisti contro la guerra del 15 febbraio, trovare dei contatti sociali non a
partire dai centri convenzionali, in vista del forum europeo del 2003.
Gli scambi sono quindi già effettivamente iniziati a partire dalla lista dalnulla, dalla presenza del forum del teatro al convegno di Castiglioncello (Nuovo Teatro-Vecchie Istituzioni, dicembre 2002), dalla voglia di creare un secondo incontro (18-19 gennaio a Roma), dalla collaborazione con Bastaguerra per la manifestazione del 15 febbraio.
Seguono le domande, gli interrogativi che ci poniamo:
qui sono presenti persone e percorsi che ribadiscono il loro essere, da mesi, anni; ma mettersi in rete è necessario? E perchè? Creare un movimento non sposato per elezione a nessuna causa implica un'esigenza forte di mettersi in relazione, ma bisogna capire come abbattere i confini reali. L'aggregazione non è conclusa, le iniziative nate a livello locale possono reagire al globale attraverso un fare concreto. Che cosa ci aspettiamo?
Anna Maria Civico
Stiamo vivendo un problema politico, una situazione che degenera, con poche informazioni e molte domande. La crescita dell’impoverimento economico porta la gente ad interrogarsi maggiormente sulla globalizzazione stessa. Il bisogno di rispondere è quindi più capillare, anche a livello popolare, al di là del teatro; per questo mettersi in relazione è importante, nella consapevolezza che l'arte può infrangere la legge, affermando valori sociali. Un percorso artistico afferma però anche dei valori individuali; a parte il valore sociale e civile di fare arte, c’è un’esigenza che si nutre di individualità. Io mi sento continuamente sul filo del rasoio, perchè sento in modo forte questo confine tra l’esigenza di testimoniare il valore civile-sociale, e quello artigianale-umano, un desiderio di approfondire il proprio mestiere, un modo di fare arte che è in via di sfinimento ma che resiste.
Vania Teatrinmovimento
Una rete che metta in contatto globale e locale crea possibilità di infiltrazione, di confronto con le differenze, non ha un'unica modalità di realizzarsi, e permette di andare più dentro, di mandare in eco le idee; per cui il locale diventa una massa di gente con più proposte. Per realizzare questo bisogna avere un'apertura estrema, un’accoglienza massima, anche rispetto ai percorsi ufficiali, che spesso sembrano un treno chiuso.
A questo punto interviene Lorenzo Marvelli (Teatri OFFesi di Pescara e Forum Abruzzese delle Arti), che con la sua domanda provoca quasi tutta la riflessione del primo pomeriggio di lavori: abbiamo tutti un'idea comune? Siamo tutti contrari alla guerra, all'impero che gestisce l'economia neoliberista?
Le risposte sono molte e varie:
Edoardo Icarus Dream (Roma)
Credo che siamo tutti accomunati da un forte disagio, e nonostante io sia d’accordo con le cose che dici, penso non ci si possa schierare contro un'unica bandiera, raggruppando 3 o 4 cose che non ci piacciono. Per gli artisti è disagevole dare risposte politiche. Il mio modo di fare arte è quello di portare alla luce argomenti che di solito vengono tenuti in sordina. Seguire un leader è una soluzione accomodante, bisogna prima avere gli strumenti critici per capire la realtà.
Poi un altro ragazzo che lavora con Edoardo dice che il teatro non può essere strumento di cambiamento perchè troppo debole.
Federico Quel che resta
Il forum del teatro può essere fondamentale in questo momento, ha strumenti per farsi sentire ovunque; quello che ognuno di noi fa può entrare e colpire qualsiasi cosa. Il forum può avere un ruolo concreto nel creare relazioni che incidano, perchè il teatro è uno strumento di relazione e comunicazione molto forte, che può far arrivare messaggi a tutti.
Cos'è l'imperialismo? Siamo divisi tra il definirlo potere di pochi e bisogno individuale, processo divisibile in diversi stadi e convinzione che stando in posizioni di potere si possa agire come si vuole.
Enrica Palmieri Lenti a Contatto (Danza, Roma)
Siamo tutti consapevoli che il nostro corpo può modificare lo spazio, le cose, e se è unito ad altri può ancora di più? Se sì, allora può arrivare l’azione, si forma un grande corpo che può dire qualcosa. Ma c'è una scala di priorità: questa guerra si può ancora fermare, non so come ma agendo. Bisogna avere consapevolezza che il corpo può far cambiare quello a cui assistiamo, lo stato delle cose…
questo lei lo ha vissuto in prima persona con le sue esperienze nei territori occupati in Palestina e poi a Baghdad.
Queste domande creano disorientamento e senso di impotenza... nel quotidiano perché e cosa si può fare?
Dalla riflessione su questi aspetti nasce l'idea che scegliere un motivo per agire è stimolante per l'azione stessa (per esempio cosa fare il 15 febbraio come artisti) (Vania) e che siamo qui perchè da un po’ di tempo esiste un movimento politico che vuole andare contro. In questo ci inseriamo come artisti perchè usiamo l'arte per metterci in relazione e quindi possiamo agire su due piani (locale-globale, territoriale-internazionale), consapevoli del ruolo pedagogico delle arti, ovvero della possibilità di dare a più persone mezzi, strumenti per potersi esprimere, per essere contro, con la consapevolezza che qualsiasi atto provoca modificazioni, più o meno grandi.
Luciano Pignatti Gran Teatro dei Burattini
Perché siamo qui? La fusione tra l’essere artisti e persone è il nostro minimo comun denominatore, che va trasformato in massimo comune multiplo. Abbiamo fatto delle cose, ma a me non basta. Il locale deve aprirsi a livello internazionale. Sicuramente qualsiasi nostra azione modifica la realtà. La globalizzazione non c’è solo in Palestina; ognuno nel quotidiano ha il suo check-point. Bisogna contestualizzare il pensare-dire-agire.
Si ribadisce inoltre che siamo qui per un'azione politica ma non partitica, visto che l'uso del termine politico crea confusione, e ancora una volta ci si chiede come mettere in relazione il vivere quotidiano con modalità più alte.
Maurizio Biosa
La globalizzazione non c’è solo in Palestina; come possiamo alzare le mani qui, nelle case della gente, come hanno fatto a Pasqua in Palestina? Proprio in questo momento è importante rivendicare la parola cultura. Esperienze diverse, in questo momento di confronto, possono forse rispondersi su come modificare realmente le cose, come si possa effettivamente inserire il teatro nei momenti di crisi (esempio dello stabilimento Enichem di Priolo, prov. di Siracusa, testimonianza riportata da Maurizio leggendo la lettera di Alessio Modica del gruppo Mandare Ke al forum del teatro).
Giovanni Gruppo Sabir
Manca uno sforzo di elaborazione... la guerra è l’afasìa, l’annullamento del linguaggio, è alla fine di un processo; bisogna interrogarsi sul prima, su cosa determina queste conseguenze. C'è un sistema di delega, di sfasamento delle relazioni umane, che sono il problema di fondo per cui anche chi cerca di fare si trova complice del sistema che vuole contrastare. L’imperialismo è qualcosa che appartiene a un vecchio mondo, di cui potevo dirmi estraneo; oggi siamo tutti dentro l’impero....siamo tutti complici insomma. L'unica risposta è il corpo e intervenire a livello più profondo, per capire i modelli di produzione e di gestione della comunicazione. In questo senso il tentativo di essere concreti è negare la delega, agire sulla base di reti reali, concrete; bisogna riappropriarsi della decisionalità per fare teatro, per entrare in una realtà che sembra emarginarci. Non si tratta solo di fare controinformazione, perchè questo significa trovare un colpevole, uno che paga per tutti; dobbiamo riprenderci la territorialità delle nostre vite quotidiane.
Vania
Come a Genova….. esserci. La presenza fisica come primo atto, in ogni momento e spazio della nostra vita; non contare sullo sguardo di terzi.
Enrica
Come il caso della Cecenia... c'è stata una tremenda tragedia in un teatro e poi non se n'è più parlato, negando ai ceceni il ruolo di nemici (riconoscendo loro dignità di pensiero), facendoli entrare nella massa dei terroristi, i cui atti non sono rivendicazioni alla pari bensì popoli, genti, individui a cui è vietata l'autodifesa.…. insomma il diritto è morto.
Antonio Caronia
Giovanni ci ha ricordato che l’attuale emergenza della guerra è legata a un sistema completamente diverso dal passato. Il nostro grado di complicità nel sistema mondo è diverso rispetto a quello che poteva essere nella Germania di Hitler il fenomeno del nazismo. Capire questo è fondamentale proprio qui, in questo ambito, dove c'è gente che opera nell'espressività. La guerra che c'è ora, permanente, generata a partire dall'89 (quando caduto il muro ci si aspettava l'esatto contrario) è diversa perchè sono cambiate le categorie di produzione all'interno di un sistema che è unico. A partire dagli anni 80 la produzione delle merci si è trasformata da fisica a immateriale. Il centro della produzione capitalistica oggi è produzione di linguaggi, di relazioni. La dimensione territoriale non ci salva, anzi l'impero è tale non perchè comanda soldati, ma perchè struttura e rende produttivi i nostri rapporti linguistici quotidiani. Abbiamo perso il corpo, o meglio il corpo è diventato opaco e permeabile al linguaggio, come “un corpo senza organi” (citazione da Antonin Artaud “Per farla finita col giudizio di dio”, trasmissione radiofonica commissionata dalla radio francese di stato e poi censurata, 1947). Artaud ha lavorato tutta la vita sulla contraddizione tra linguaggio e corpo, e l’ha trasformato in urlo. Quello teatrale è il luogo dove può trovare attuazione questo conflitto, dove può esplodere, il luogo della ribellione del corpo. E’ questa la diga che ogni giorno ci troviamo davanti. Dobbiamo essere capaci di far vivere frammentariamente il corpo, in modo che possa ribellarsi, creando buchi nella diga. Per questo oggi il teatro dev’essere più forte.
Dobbiamo vivere strategicamente nel reale quotidiano, portare fino in fondo una lettura anche
per altri, perchè chi assiste a tale conflitto (corpo-linguaggio) non può limitarsi ad essere
spettatore. Questo avviene dentro territori specifici, è qui che entra in gioco il territorio: non si può fare opposizione militare, nè accettare di restare dentro tali meccanismi linguistici; bisogna essere come schegge e granelli di sabbia dentro il meccanismo.
Da un punto di vista delle reali, uniche centralità (in una situazione in cui centri veri non ce ne sono più) tutti i luoghi diventano centro; bisogna avere chiarezza e coraggio in un'attività (il teatro) che ha oggi un valore che in passato non aveva. Il carattere corporeo, questo cuneo corpo-linguaggio, si infiltra e va a situarsi nel cuore del meccanismo dell’impero, permettendo di infrangerlo (e questa è una delle caratteristiche dei movimenti).
Giovanni (Sabir)
Il linguaggio che utilizzo, nuovo, va a rompere un meccanismo di potere: questa è la forza dell’arte, e in questo senso il linguaggio dell’arte è politico.
Caronia
Sì, perché il termine politica è usuratissimo; non c’è più politica perché non c’è più polis. Ma quando facciamo una piccola azione linguistica, entriamo in un gioco di mutamenti antropologici. Ed è questa l’importanza dei movimenti, così come dell’arte, perché toccano esattamente i punti dolenti, quelli che ci fanno male davvero.
Luciano Pignatti
Bisogna far politica in piazza, senza più delegare chi sta sopra. Genova in questo è stata uno spartiacque, perché dopo il fatto di essere fisicamente lì è diventato più importante.
A questo punto c'è un intervento che rimette in discussione il rapporto teatro-politica, perchè sono due linguaggi diversi che fanno strade diverse. Pensando anche al pubblico che si ha davanti, è
difficile far comprendere a tutti nello stesso modo. C’è poi la questione del linguaggio, che non si sa se è qualcosa di autonomo, oppure legato all'espressione che si sceglie per comunicare. A questi interrogativi le risposte sono:
Vania
Nel discorso fatto ora (intervento di Caronia) non c'è scissione fra politica e arte, ma solo la scelta di presenza, fatta con coscienza, dove la tipizzazione fa comunque parte del delegare.
Luciano
Ogni opera d'arte può essere vista a livelli diversi. Per esempio i burattini non sono solo per i bambini; sta all'artista far emergere i diversi piani.
Caronia
Mi sembra che si stia usando la parola politica in almeno tre modi diversi.… la politica non esiste più, esiste l'economia, che determina i fatti fondamentali da cui dipende la nostra vita. Questo movimento vuole andare avanti, oltre la dimensione politica, etica; è un movimento antropologico. E' l'unico movimento che si pone il problema dei limiti (uomo-ambiente) e si confronta con una reale possibilità di catastrofe planetaria; è transpolitico (come il papa). Ora la nuova preoccupazione del movimento è quella di rendersi conto che ogni nostro atto (in qualità di artisti,) ci porta nei
buchi della diga a fare pressione, a quel complesso di poteri che sta a trattenere l'insieme dei rapporti relazioni-linguaggio. Ogni cambiamento che operiamo, automaticamente rientra in questo scontro linguistico-relazionale. L'arte politica è morta. La dimensione dell'espressività oggi tocca i punti di atrofizzazione della società mondiale. Bisogna lavorare sui punti veramente dolenti; la modernità classica non c'è più, c'è una disperata ricerca di cose nuove; per fare questo bisogna chiedersi in prima persona quali sono i punti che ci fanno veramente male...
Maurizio Biosa legge la lettera di Alessio Modica e la domanda che segue è come far uscire queste
storie, come le pratiche di ognuno possano avere senso ed essere radicalizzate. La lettera di Alessio parla di qualcosa che è frequentato dalla vita, dalle relazioni; noi stiamo in mezzo ad una discussione semplice-complessa.…. ma queste cose con il teatro come si conciliano? Come si mette in pratica tutto ciò? La cosa più forte che si può fare è mettere in gioco il corpo? Come si modifica la realtà? Come si comunica? E’ vero che viviamo in un'epoca irripetibile di destrutturazione... ma tutto questo come si traduce? Le riflessioni intellettuali come si traducono nella pratica, rispetto ai nostri luoghi, alle nostre modalità e frequenze?
Lorenzo Marvelli
In Abruzzo il Social Forum locale è nato da molto tempo, partendo dalla necessità di difendere il nostro territorio naturale, problema molto sentito. Dopo Firenze si è aperto al suo interno un foro tematico sul teatro-arte; ci sono già stati tre-quattro incontri e abbiamo deciso di dividerci in gruppi con diverse funzioni. Un gruppo, diviso tra le quattro province, studia le politiche di finanziamento di comuni e provincia, un altro cerca spazi possibili anche dando voce ai problemi-esigenze delle realtà artistiche più piccole, un altro ancora si occupa di organizzare eventi. Abbiamo organizzato una serata contro la guerra collaborando con la radio.
Giovanni (Sabir)
Rispondo alle domande sulla riflessione intellettuale, che per me serve a costruire un percorso. Il 15 manifestiamo tutti, però questo non basta, non è reale; anche il presidente degli Usa dice che è contro la guerra. Abbiamo anche parlato di cose reali: il corpo nega la globalizzazione, ma quali sono i punti che ci danno la spinta?
Caronia
Le domande sulle cause del disagio ce le siamo fatte all'inizio; la mia risposta è: l'impero come produttore-gestore di linguaggio, relazione nel mondo che sta sotto l'economia. Questo cambia tutta la situazione dei singoli e in generale, perchè non si hanno più spazi di autonomia, perchè ci sono dei meccanismi di cambiamento epocale. Qual’ è la situazione di disagio da cui partiamo? Risposta: tutto questo annulla tutta una serie di rapporti di relazione e comunicazione che c'erano nel periodo fordista del capitalismo, quindi ogni tentativo di creazione artistica va ad incidere in questo processo, che è prevalentemente antropologico. Uno dei modi per far scoppiare, disseminare, diffondere nella superficie relazionale questo conflitto (corpo-linguaggio) è sicuramente il teatro.
Enrica
Una contraddizione forte che sento è riappropriarmi del mio essere, anche sociale, rispetto al fatto di essere autonoma da chi usa l'arte per celebrare. Per esempio domani c'è una manifestazione, qui a Roma, contro la guerra. Perchè non prepariamo qualcosa e ci andiamo? Io ho pensato a dei cd.….
Maurizio
E’una proposta interessante, anche se oggi abbiamo aperto molte porte, e ci sono vari stimoli per domani, dei temi possibili: lavorare a livello intellettuale per caricarsi di nuovi contenuti, momenti di riflessione per i prossimi appuntamenti, con l'idea di esserci, non in fretta e all'ultimo momento. Artisti contro la guerra perchè? Cosa può voler dire che ci si schiera consapevolmente contro la guerra?
Alizia Borsari
La mia preoccupazione è di spettacolarizzare e basta la manifestazione; il mio obbiettivo non è tanto il corteo quanto il percorso fatto prima, lo stare insieme.
Vania
La riflessione da fare qui ci può portare a diventare coscienti del teatro non solo contro la guerra, ma che va a gestire il linguaggio in maniera importante, diversa.
Alizia
I tavoli di lavoro possono essere strumento di questo, l'espressività del teatro è il coinvolgimento.
Maurizio
Certo non tutto è già sicuro, ci sono domande semplici e sollecitazioni forti che accettiamo. La cosa interessante è uscire da qui con un senso di collocazione; il documento di Firenze è uscito per intuizione, qui deve continuare.
Critico teatrale (?)
Io non capisco l' intervento di Lorenzo, cosa ha a che fare con la guerra? La questione della guerra te la poni come cittadino, non come teatrante; il corpo oggi è fallimentare.
Vania
Se vuoi ribellarti ad una logica pensi agli strumenti che hai e decidi cosa fare; questa è organizzazione, azione teatrale, non un percorso comune con un linguaggio comune, che porta in sè la morte del movimento.
Edoardo (Icarus Dream)
Comunque la comprensione è utopica.
Caronia
La differenza di linguaggio è un bene, comunque è utile fare operazioni di traduzione, almeno mettersi d'accordo sulla percentuale di comprensione.
19 gennaio
Da cosa si parte:
Maurizio Biosa
Analisi del giorno precedente: c'è forse un senso di spiazzamento, ma questo è dovuto sia alla discussione avvenuta ieri, sia alle modalità di essere che il forum ha deciso di vivere: l'apertura totale. Quindi ora bisogna fare un po’ il punto, mettere in relazione gli spunti emersi dagli interventi di ieri:
- dimensione imperiale che ci vede tutti complici;
- necessità di agire e non delegare;
- corpo come luogo del conflitto, come luogo di atti pratici;
- dimensione intellettuale che ci aiuta nell’approfondimento dei contenuti;
- il movimento che agisce nel locale.
I tavoli di lavoro già individuati sono quindi:
- documento e proposte per la manifestazione del 15 febbraio;
- documento e proposte per l'iniziativa del 1 maggio;
- presentazione del fdt per Bruxelles;
- educazione.
Altre aree tematiche individuate:
- arte e cultura popolare contro la globalizzazione (che può rientrare
nel tavolo del 1 maggio);
- relazione con le istituzioni.
La discussione si apre sulle proposte di intervento nel corteo del 15 febbraio:
Luciano Pignatti
Il teatro è fatto di corpo, parola, suono, quindi bisognerebbe cercare di amplificare questi aspetti, cercando di distinguersi e provocare, facendo attenzione alla nostra identità.
Maria Icarus Dream
Cercare di essere presenti come artisti e non individui, evidenziando la nostra identità; quindi cercare una struttura operante, per esempio un camion con pedana, dove avvengano gli interventi. Un'altra proposta potrebbe essere quella di dare a tutti i partecipanti un numero, in modo che la presenza reale delle persone non si possa sminuire.
Lorenzo Marvelli
Sento importante l'idea di ‘attraversamento’; si potrebbe attraversare il corteo al contrario, essere attraversati dal corteo, nel senso di assorbire i fatti per poi ritradurli, darne testimonianza, riportare la storia del corteo.
Daniele Contardo (dal Piemonte.)
Penso che l'arte debba dimostrare quello che sta succedendo anche esasperando, deformando le energie presenti. La presenza si valorizza anche nella sua assenza, per cui si potrebbe scandire il corteo, sincoparlo come un brano musicale; impadronirsi anche del territorio corteo cercando di scandire, rendere visibili almeno alcune parti.
Vania
Io non vedo differenza fra le persone e gli artisti nel corteo, che inoltre è molto potente di per sé, già artistico. Un gruppo di artisti può cercare altri momenti, altri percorsi, spazi, come ruote esterne che appoggiano e portano altre persone. Usare quindi varie forme d'arte che agiscano come chiamata, per diventare un collegamento diretto per altre persone, quelle che non partecipano ancora al corteo, magari perchè spaventate.
Luciano
Solo che non tutti i cortei sono uguali, potrebbero esserci dei problemi.
Vania
Genova ha creato paura ma c'erano anche persone che aprivano le loro case; ci possono essere incidenti e scontri ma questo non può fermare la chiamata.
Alizia
Il corteo è una forma che chiama di per sé, perché unito da un obbiettivo comune; forse è più importante il momento precedente, il come si arriva, quali sono i contenuti sviluppati. Per esempio un corteo con musica è più vicino alla gente, è più immediato nel colpire l'attenzione. Questo è importante perchè non bisogna distaccarsi troppo dalla gente, altrimenti il rischio è quello di creare separazioni, come se gli artisti volessero imporsi con il loro modo di manifestare. Inoltre gli slogans non funzionano più, e forse è meglio partecipare all’evento a spezzoni.
Caronia
Ci sarà una similitudine tra le situazioni di Firenze e Roma, anche perchè il corteo in tutti e due i casi è passato e passerà in quartieri popolari, dove c'è più comunicazione fra il dentro e il fuori della manifestazione. C'è la possibilità di stare a metà, tra fuori e dentro, ma l'importante è che l'unità sia palpabile. Il corteo è una forma comunicativa, quindi un linguaggio, che si può analizzare e dividere in:
- semantica del corteo (significato), e questo si può ritrovare nelle parole d'ordine del movimento;
- sintassi (luogo di attraversamento linguistico);
- pragmatica, e in questo caso noi abbiamo scelto di rendere visibile, attraverso delle metafore artistiche, il rapporto corpo-linguaggio, come succede negli spettacoli.
Bisogna capire che qualsiasi cosa facciamo è un contributo in più alla manifestazione da parte di un gruppo preciso (gli artisti). Forse per fare questo non è necessaria una regia precostituita, ma dobbiamo fare in modo che col nostro intervento, anche chi vede solo un frammento del corteo abbia comunque una visione che sintetizzi tutto quello che sta avvenendo. Può essere interessante portare il testo, il nostro manifesto nel corteo.
Per riassumere, le azioni da fare possono essere queste:
1) qualificare sintatticamente e pragmaticamente il corteo;
2)attraverso i fori locali, convincere tutti a fare qualcosa, coinvolgere il popolo.
Maurizio
Questo si può fare, lo hanno dimostrato Cosenza (lì c’era un plebiscito) e Firenze (non c’era servizio d'ordine ma solo percorso seguito). Ma nella dimensione locale?
Daniele
Per esempio a Torino, per una manifestazione in un quartiere di periferia, il 30 novembre hanno deciso di chiamare un gruppo dal Belgio, che ha organizzato una classe di samba. In effetti c'è stata una partecipazione diversa, una riappropriazione diversa del territorio urbano.
Edoardo
C'è anche un altro problema, ed è che l'informazione della tv accusa chi manifesta di avere un’idea molto vaga di quello che va ad urlare. Il lato spettacolare ha una grande responsabilità per il corteo, quindi c'è bisogno anche di atti verbali: amplificazione, diffusione di messaggi che esprimano i concetti del movimento, nel loro essere variegati, con le loro differenti sensibilità.
Vania
La forma del dissenso verbale fa già parte del corteo, è già potente, se questa viene proposta dagli artisti deve avere una dinamica diversa, rielaborata; insomma non ha senso fare comizi. Forse un mezzo per far passare un testo degli artisti ai manifestanti, potrebbe essere quello di usare le forme del teatro invisibile.
Aida
Se parli di teatro invisibile, forse è più importante farlo nei giorni precedenti, perchè nel corteo può perdere d’ importanza..
Maurizio
Possiamo ricordare anche le idee di Marco Baliani, quando parlava di interventi teatrali veloci e frequenti, tipo agit-pròp.
Cam Deposito dei segni
Come trovare nel lavoro quotidiano queste modalità? Per me un punto importante è partire dall'educazione, dal teatro usato nella scuola come pratica di pedagogia, per costruire nel silenzio del nostro quotidiano altre strade possibili, come ha fatto Gino Strada.
Daniele
Sì, lui si mette in gioco totalmente come persona e come storia.
Qui c'è un intervento di una persona (?) che ci/si chiede perchè cercare forme fisiche per portare messaggi che già conosciamo; usare il corpo per fare questo fa diventare la nostra azione un’allegoria, non una metafora. Qual'è la necessità fisica che mi porta a vivere tutto questo? Nell'intervento del 15 febbraio bisogna cercare la nostra neccessità fisica, per poterla esprimere come metafora viva e farla arrivare all'esterno.
Si inizia quindi a discutere della proposta per il 1 maggio, come percorso più articolato per il fdt, in quanto azione agita in contemporanea in più luoghi, territori, spazi. Questa iniziativa ha richiamato l'attenzione anche del teatro convenzionale, tanto che O. Ponte Di Pino l'ha citata in apertura del convegno di Castiglioncello.
Il gruppo Teatranti dei Popoli di Firenze (è da Firenze che è partita l'idea), ci parla dell’iniziativa a cui Claudio Ascoli sta dando forma per il 1 maggio.
Tatjana Saltarello Teatranti dei Popoli
L'idea è quella di strutturare gli interventi a partire dalle tradizioni del Calendimaggio (presente nelle tradizioni pagane come simbolo di rinascita dello spirito dell'uomo, viva anche nella tradizione nordica), e quindi lavorare sull'idea dell'uomo posto di fronte alla natura, all’ambiente, ma anche alla società e alla politica. Le idee su cui si sta già lavorando a Firenze sono:
- l'acqua come risorsa in crisi, ma anche possibilità di lavoro e scambio per l'uomo (a Firenze l'Arno è molto importante);
- trasportare gli attori sull'Arno con zattere;
- rievocare le testimonianze reali di chi ha vissuto o vive l'Arno come ambiente e luogo di lavoro;
- finire con una festa-cena a San Salvi, dove il cibo consumato sarà raccolto nei giorni precedenti attraverso il baratto con i cittadini del posto (ipotesi voluta anche come azione politica).
Maurizio:
A questo punto bisogna capire come muoversi a livello generale, passare a strutturare il pensiero portante per la comunicazione a livello europeo. Solo successivamente ognuno entrerà nelle forme da realizzare nel proprio territorio. La finalità è di avere il più alto numero di realtà partecipanti. Quindi il tavolo di lavoro su questo tema dovrà indicare un percorso, che metta in primo piano il cuore di questa idea-proposta.
- Per quanto riguarda il prossimo forum europeo, che si terrà in Francia nell'autunno 2003, l'idea che si è sviluppata dopo Firenze è quella di lavorare ad un progetto per la cultura, già nella fase di
preparazione del forum. Questo perchè la dimensione cultura non sia data per scontata, ma venga valorizzata in tutte le sue possibilità (come produzione, patrimonio condivisibile, pluralità di linguaggi). Quindi bisogna cercare di espandere questa visione, contagiare, allargare la rete. Per quanto riguarda la Francia, si è cercato un contatto lanciando il progetto @proeurope e vedendo
chi lo accettava (non si cercano certo istituzioni o realtà chiuse). Per ora c'è stata una risposta in via
ufficiosa, e comunque la notizia che esiste una commissione cultura all'interno dell'organizzazione del forum francese.
- A Bruxelles si cercherà di mettere la cultura sullo stesso piano delle altrettanto importanti questioni, che hanno già trovato una collocazione precisa nel movimento (lavoro, immigrazione, ambiente...), puntando a creare un tavolo di lavoro strutturato in tutte le sue possibilità e interno al programma generale.Tuttavia un punto importante è che la rete tra arti in Europa si generi indipendentemente dal peso "politico" che si avrà a Bruxelles; questo per far vivere questo tempo fertile, e anche perchè non ci sono"contratti" con i movimenti sociali, le varie organizzazioni già impegnate a Firenze ecc...
Domanda di qualcuno (Teatranti dei Popoli):
Da Firenze si hanno in eredità dei nodi da risolvere, come il problema dell'etichetta-nome ‘forum’. Rispetto ai media ci si pone come realtà alternativa, nuova; ora bisogna capire qual'è questo nuovo linguaggio, come si concretizza nella pratica quotidiana.
Maurizio
Il nome non è un’etichetta, perché racchiude in sè realtà diverse che sono in relazione rispetto al documento conclusivo del forum di Firenze, e che si stanno muovendo in modi e contesti diversi. Quanto alla seconda domanda, si può aprire un tavolo di lavoro, di cui tu potresti essere promotore.
Caronia
Passare da un'esperienza che ci lega, che crea un retroterra, come il forum del teatro a Firenze, all’apertura di una prospettiva europea sulla cultura, significa fare un salto da un ambito di esperienza limitato ad un ambito enorme. Inoltre c'è il pericolo che cercando di aggiungere l'elemento cultura come importante nella discussione del forum, al pari di lavoro, immigrazione, ecc... significhi settorializzarla, farla diventare chiusa, corporativa. Bisogna spiegare l'importanza della presenza della cultura in modo che appaia evidente l'orizzonte complessivo dell'azione: oggi la questione del linguaggio è al centro dell'imperialismo contemporaneo; la cultura deve essere complessivamente l'orizzonte del movimento, dove uno spazio piccolo ma separato per discutere ci deve essere perchè è nell'interesse di tutti capire che la cultura è ovunque, è interesse comune di tutto il movimento. Si tratta però di due momenti diversi: portare la cultura come interesse generale del movimento (si può giustificare questa visione con una presentazione scritta da portare all'organizzazione del forum in Francia), e manifestare con l'arte come metafora, che fa proposte nella vita mostrando la vita.
Alizia
Io sarò a Porto Alegre, come infiltrata che invia informazioni da lì a qui. E quindi vi chiedo, noi come forum del teatro che documenti possiamo presentare? Al momento abbiamo: il documento conclusivo uscito da San Salvi, il progetto proeurope, le proposte che usciranno dai tavoli di lavoro. Io a Porto Alegre realizzerò anche un laboratorio sull' interculturalità e le differenze di comunicazione (penso di lavorare sul verbale/non verbale). Volete che recuperi informazioni su qualcosa in particolare?
Cam Deposito dei segni
Sarà sicuramente un'esperienza molto interessante per te; io l'ho vissuta lo scorso anno ed ho vissuto il teatro proprio come strumento eletto di contatto tra le diverse situazioni, un luogo di trasformazione, di contatto.
Maurizio
Potrebbe essere un buon luogo dove trovare contatti per il progetto europeo; magari è possibile avere informazioni sulla situazione argentina, dove gli artisti sono sempre in prima linea. Inoltre sarebbe importante capire che sensibilità esprime Porto Alegre rispetto a questa proposta culturale (cioè il documento che alla fine si è deciso di scrivere per presentarsi a Bruxelles e appunto a Porto Alegre, scritto in collaborazione con Antonio Caronia, dove si esprime l'idea della cultura come patrimonio essenziale per tutto il movimento).