Vent´anni a bere acqua avvelenata
Lunedì 12 maggio LA
STAMPA
Rifiuti e scarichi
nocivi per 450 mila persone. «Qui è peggio che a Porto Marghera» di GIUSEPPE
SALVAGGIULO
PESCARA
Non è vero che in Abruzzo non succede mai
niente. Può succedere, per esempio, che per decenni una grande industria chimica
inquini la zona in cui si trova la falda idrica che fornisce acqua potabile a
450 mila persone. Può succedere che attorno a quell´industria sorga la discarica
abusiva di rifiuti pericolosi più grande d´Europa. Può succedere che le analisi
nell'area industriale rilevino sostanze tossiche e cancerogene, con valori fino
a 161 mila volte il limite legale. Può succedere che per anni tutto ciò sia,
nella migliore delle ipotesi, ignorato o sottovalutato da chi dovrebbe
allertarsi e intervenire. Può succedere di imbattersi «in qualcosa che al
confronto - confida un investigatore - Porto Marghera sembra una cazzata». Può
succedere. È successo.
Il paradiso perduto
Questa
storia non è ambientata in uno di quegli inferni industriali che fanno paura
solo a guardarli, ma in un´incantevole valle a cinquanta chilometri da Pescara,
lungo l´autostrada per Roma. Un canyon imponente, incastrato tra due parchi
nazionali (Gran Sasso e Majella), che dall´Appennino si apre verso il mare
Adriatico. Boschi a perdita d´occhio, cime imbiancate sullo sfondo, qua e là
mucchi di case lungo i pendii. Ai piedi della valle si convogliano tutte le
acque dai monti, che alimentano due fiumi paralleli. Uno in superficie, il
Pescara (con l´affluente Tirino), che scorre tra piccole lagune cristalline dove
i ragazzi vengono a campeggiare e a fare il bagno. Uno sotterraneo, la grande
falda d´acqua da cui pesca l´acquedotto.
Quest´impianto serve 450 mila
persone, un terzo della popolazione regionale, che diventano fino a 600 mila
d´estate. All'altezza del paesino di Bussi, sotto il ponte dell'autostrada e con
il fiume che passa in mezzo, c'è un sito industriale. Un insediamento chimico
sorto nel 1901 e che nel corso del `900 segue tutta la parabola della chimica
italiana. Riconvertito alla bisogna a fini bellici (la posizione la rende
inattaccabile), poi finisce nell´orbita Montedison. La storia cambia nel 1982,
quando si aprono otto nuovi pozzi dell'acquedotto. Pur chiamandosi pozzi di
Sant'Angelo, di angelico non hanno nulla. Anziché collocarli a monte
dell'industria, dove l'acqua è ancora incontaminata, li piazzano a valle, dove
il fiume ha già imbarcato un bel po' di veleni. Quindi, da quel momento,
l'acquedotto porta nelle condutture e nelle case degli abruzzesi acqua con
residui di scarichi chimici.
I primi allarmi
Il
primo campanello d'allarme suona vent´anni dopo, nel 2002, quando la
multinazionale belga Solvay acquisisce lo stabilimento e rileva, nel terreno
sottostante, sostanze nocive oltre il limite consentito. Il sito dunque, è sin
da quel momento ufficialmente inquinato (ad oggi, la bonifica non è ancora
iniziata). Un momento. L'industria inquina la falda che poco più a valle
alimenta l´acquedotto. Siamo sicuri che l'acqua che arriva nelle case sia
davvero potabile? Prima che qualcuno si ponga questa domanda, passano due anni.
Nel 2004, fatte le prime analisi dell'acqua, l'Asl certifica «uno stato di
inquinamento» che «pregiudica gravemente la qualità delle acque destinate al
consumo umano» e «necessita di urgenti provvedimenti (...) da parte delle
competenti autorità...».
Le sostanze inquinanti rilevate sono tre:
tetracloroetilene, tricloroetilene e cloroformio. Tutti e tre classificati
dall'Organizzazione mondiale della sanità come tossici per fegato e reni. Il
primo è anche un probabile cancerogeno. Tecnicamente si tratta di uno STATO DI
ALLERTA e l´Asl lo scrive proprio così, tutto in maiuscolo, in modo che balzi
subito all'occhio, in una nota del settembre 2004.
Tutti zitti,
tutti fermi
Che cosa succede, di fronte a un allarme così
inequivocabile? Nulla. Ovvero riunioni, rimpalli di responsabilità, conferenze
di servizi. E dire che le cosiddette autorità competenti non mancano: Asl
(Azienda sanitaria locale, dà i giudizi di potabilità), Arta (Autorità regionale
territorio e ambiente, fa le analisi in laboratorio), Aca (società pubblica di
gestione dell'acqua), Ato (Ambito territoriale ottimale, ente pubblico che
coordina la gestione dell'acqua), commissario straordinario del governo, una
quarantina di Comuni, Provincia, Regione e c'è sempre il rischio di dimenticarne
qualcuno. Ma anziché intervenire ed effettuare analisi anche su altre sostanze,
si danno la consegna del silenzio. Un documento della Regione chiede agli altri
enti «un´adeguata discrezione al fine di evitare inutili allarmismi nei
cittadini interessati dai fenomeni di inquinamento in atto». Infatti i cittadini
continuano a bere ignari di tutto, sebbene la legge imponga di informare la
popolazione della presenza nell´acqua di sostanze potenzialmente dannose per la
salute.
Questione di filtri
La gabola per non fare
nulla è semplice: miscelare l'acqua inquinata con quella buona, presa dai vecchi
pozzi sistemati a monte dell'industria. Così i veleni si diluiscono e l'acqua
torna potabile. Peccato che la miscelazione, oltre che vietata dalla legge come
chiarito dal ministero dell´Ambiente, non sia risolutiva. Alla fine del 2004 una
nuova relazione dell´Agenzia ambientale regionale aggrava il quadro: nella
falda, diciannove molecole superano i limiti di legge. Tra queste anche il cromo
esavalente, il micidiale agente tossico e cancerogeno reso famoso dal caso di
Erin Brockovich, una storia vera accaduta negli Stati Uniti e diventata film da
premio Oscar. In queste analisi, il tetracloroetilene risulta schizzato a
livelli di concentrazione impressionanti: fino a 4.800 volte superiori a quelli
tollerati. E poi mercurio, piombo, nichel, cloruro di vinile. L´Agenzia, che
pure conferma il giudizio di potabilità dell´acqua, consiglia controlli
giornalieri e barriere idrauliche per tamponare l´inquinamento. Tutto inutile.
Come in un film
Passa un altro anno e la
magistratura minaccia il sequestro dei pozzi, che vengono chiusi a fine 2005 ma
poi incredibilmente riaperti dopo aver messo dei filtri. È un´altra finta
soluzione: i filtri possono ben poco. Anzi nel febbraio 2007 nuove analisi
rilevano concentrazioni di tetracloruro di carbonio (un composto tossico che
colpisce fegato, reni, cuore e sistema nervoso) superiori rispetto a prima. I
filtri sono già saturati. Sono trascorsi cinque anni dal primo allarme, tre
dalle prime analisi. A dispetto dei palliativi dietro cui si trincerano le
autorità, la situazione è peggiorata. Fausto Croce, professore di chimica
all'università di Chieti, vive proprio nella valle. Insospettito da un
trafiletto su un giornale locale, preleva campioni di acqua e li fa analizzare
in laboratorio da un´equipe di colleghi. Dopo qualche giorno, allarmato dai
risultati, Croce contatta Augusto De Sanctis, volontario del Wwf. Augusto non ha
il fascino di Julia Roberts, ma come nel film dedica anima e corpo alla causa
dell'acqua e della salute. Trascina il vicepresidente del Wwf Abruzzo, Fabio De
Massis, a bordo della sua vecchia utilitaria lercia e scassata. I due
raggiungono la valle e accompagnano i tecnici di un laboratorio di Roma per fare
altre analisi. L´esito è sconvolgente: possibili cancerogeni come il
tetracloruro di carbonio a livelli mai raggiunti in nessuna acqua potabile del
mondo. Ma quando questi dati vengono portati all'attenzione delle autorità, la
risposta dell´Ato, l´ente pubblico che coordina il servizio idrico, è non meno
sconvolgente: «Avranno fatto le analisi con le provette sporche».
Una bomba
Com'è possibile che argini più robusti
alzati nello stabilimento industriale, filtri ai pozzi e miscelazioni dell'acqua
non siano serviti a niente? Si capisce il 12 marzo 2007 quando il Corpo
forestale, guidato dal comandante provinciale Guido Conti, va a dare un´occhiata
nelle viscere della valle. Comincia a scavare attorno al sito industriale e al
fiume. E scopre che per decine di metri, lì sotto, la terra è intrisa di
sostanze inquinanti. Le stesse che hanno contaminato l'acqua. Come in una
macabra caccia al tesoro, i forestali si spostano più in là per chilometri.
Scavano. E l´esito è sempre lo stesso: ovunque veleni. Qualcuno sviene a metri
di distanza, nonostante le mascherine. «È una bomba ecologica senza precedenti»,
scrivono. Per mesi proseguono i sondaggi.
Alla fine, in tre punti
diversi della valle, sequestrano una decina di ettari di terreni (una superficie
grande come venti campi di calcio) per un totale di 500 mila tonnellate di
rifiuti. La discarica abusiva di rifiuti pericolosi più grande d´Europa. Per
decenni, quella montagna di schifezze ha inquinato il terreno, i fiumi e la
falda utilizzata dall´acquedotto. La conformazione del territorio, con la valle
a fare da grande imbuto naturale, ha amplificato gli effetti della «bomba».
Troppo tardi
Lo scandalo esplode. Ora non si può
più far finta di niente. Non si può ancora chiedere omertà su carta intestata.
Eppure bisogna aspettare il 3 agosto 2007 perché i pozzi vengano nuovamente
chiusi. Un terzo dell'Abruzzo resta senz'acqua in piena estate, la gente è
inferocita e partecipa in massa a un consiglio comunale straordinario.
L'Acquedotto ricambia i filtri e minimizza il pericolo. Ancora una volta i pozzi
vengono riaperti, ma questa è l'ultima. A novembre arriva il provvedimento
definitivo e la promessa che i pozzi non saranno mai più utilizzati. Nel
frattempo partono le indagini epidemiologiche per individuare gli eventuali
danni provocati dall´acqua inquinata sulla salute delle persone. Indagini
quantomeno tardive e non ancora penetranti come necessario quando è in gioco la
salute pubblica.
Perché ora è questo il punto: sapere quale prezzo hanno
pagato i cittadini bevendo acqua contaminata. Sessanta tra associazioni e
comitati spontanei organizzano una manifestazione con seimila persone. Un gruppo
di giovani geologi e registi inizia a girare un documentario. Infine, solo poche
settimane fa, l´Istituto superiore di sanità fa giustizia di anni di ipocrisie.
Dichiara l'acqua «non idonea al consumo umano» e certifica «un rischio per la
salute umana». Dai primi allarmi sono passati sei anni, dalle prime analisi
quattro. Quanti e quali danni alla salute dei cittadini si potevano evitare?
Le indagini
È possibile scaricare mezzo milione di
tonnellate di rifiuti a due passi da un centro abitato senza che nessuno se ne
accorga? Chi è il responsabile della devastazione ambientale della valle? Chi ha
scaricato i veleni? Chi ha inquinato l'acqua potabile? E chi, pur sapendo e
dovendo intervenire, ha fatto finta di non vedere? Forse si capirà tra poche
settimane, quando il pubblico ministero Aldo Aceto dovrebbe chiudere l´inchiesta
penale. Per due anni, i forestali hanno sentito testimoni e fatto sopralluoghi,
analisi di documenti e fotografie, sorvoli aerei. Come archivisti, sono risaliti
indietro nel tempo, ripercorrendo la storia del sito industriale. Dalla sede
della Montecatini sono tornati con cinque pullmini carichi di carte. Ora hanno
consegnato al magistrato dodici faldoni alti venti centimetri l'uno con «una
storia che fa venire da piangere», racconta chi l´ha letta. L´indagine copre un
periodo di almeno vent´anni. Le persone coinvolte sono una quarantina.
I
reati spaziano da quelli ambientali agli illeciti tipici della pubblica
amministrazione. Ma è bene non farsi illusioni: nelle indagini ambientali nove
casi su dieci finiscono in un nulla di fatto. Prove complesse, processi lunghi,
prescrizioni brevi. Ciò che potrebbe salvare questa inchiesta dall'oblio è
l'eventuale contestazione del ben più grave reato di avvelenamento di acqua,
punito con quindici anni di reclusione e con l'ergastolo se ne è derivata la
morte di qualcuno.
Il futuro
E dei rifiuti
pericolosi ancora depositati nella valle? Ah, per quelli ci sono ancor meno
speranze. Bonificare la megadiscarica costa circa 150 milioni di euro. Per ora
ne sono arrivati solo un paio e non sono bastati nemmeno per coprire i rifiuti
con un telone. Così l'acqua piovana e il fiume continuano a trasportare veleni.
In attesa della bonifica, a Bussi si guarda avanti. Una parte dello stabilimento
chimico è in dismissione, ma è già pronto un progetto per insediare un nuovo
impianto per il trattamento dei rifiuti industriali. Non quelli già abbandonati
nella valle, ma altri provenienti da impianti petrolchimici, raffinerie e
industrie chimiche di mezzo mondo, dagli Stati Uniti alla Polonia. Più o meno
centomila tonnellate ogni anno. No, davvero non si può dire che in Abruzzo non
succede mai niente.