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Forum Territoriali e Tematici Abruzzesi: .: Forum Acqua :.
By non c'è acqua da perdere
articolo tratto da www.repubblica.it nella sezione Piccola Italia
Storia di Donato Di Matteo, dell'Ato e dell'Aca
e di un metodo originale per moltiplicare
cariche e prebende
Pescara, ecco il partito dell'acqua poltrone e indennità per
il ds rampante
PESCARA
- Il partito
dell'acqua non ha uno statuto, ha molte sedi ma non ha un simbolo. Organi
collegiali, un segretario, un gruppo dirigente, molti elettori. In Abruzzo è
iniziata la sperimentazione, al pari della pillola abortiva, di questa nuova
idea di formazione politica transpartitica, che vive e prospera e conta
poltrone e indennità di riguardo, elargisce consulenze e posti di lavoro,
decide grandi appalti, muove molti soldi. Un nuovo e moderno sistema del potere
che corresu una strada parallela a quella dei partiti tradizionali.
Per dire, alle scorse elezioni
regionali il candidato più votato dei ds (e l'unico eletto) è stato Donato Di
Matteo, un omone che ha rastrellato dodicimila voti di preferenza, e tra queste
montagne dodicimila voti sono davvero tanti, con una campagna elettorale
spettacolare e potente. Di Matteo alla Regione è giunto anche grazie
all'impegno profuso in qualità di presidente dell'Aca, l'azienda pubblica che
gestisce la distribuzione dell'acqua in sessanta comuni della provincia di
Pescara.
In Abruzzo, ecco la novità,
l'erogazione di un servizio essenziale come la distribuzione dell'acqua
potabile ha permesso la creazione di una rete politica alternativa a quella
ufficiale e un ceto dirigente che cresce nelle sale riunioni dei consigli di
amministrazione e poi si afferma nell'urna, al momento del voto.
Gli abruzzesi hanno scoperto
prima e meglio di tutti gli altri, che si possono fare affari politici d'oro
caricando sulle spalle di SpA le ambizioni di una carriera altrimenti precaria.
Aiuta il contesto. Pescara, la città di Flaiano, è ricca di commerci e di
pretese. Ha il più alto indice di beauty center e palestre per abitante, un
conto in banca assai rispettabile e la certezza che qui in pianura si fanno più
cose e meglio che nel resto del mondo, e per mondo si intendono le montagne
dell'Abruzzo.
A Pescara, città piatta come
la sogliola, hanno subito capito che la fantasia può portare lontano. E così,
quando per legge è stato imposta la privatizzazione dei servizi, si son fatti
venire un'idea, questa idea. Morti i consorzi di bonifica, sono stati
costituiti gli Ato, sigla che sta per Ambito territoriale ottimale. Per legge
l'Ato raccoglie un territorio omogeneo, è una forma di consorzio obbligatorio
cui i comuni devono aderire per "fare sistema": condividere la rete
idrica e ottimizzare i costi di distribuzione.
In Abruzzo ci sono sei Ato,
uno dei sei raggruppa la provincia di Pescara e il comune di Chieti. E' un
parlamentino formato dai sindaci di sessanta comuni che deve provvedere ad
affidare a un gestore privato il servizio di cura e manutenzione della rete.
Un privato? Anno 2001, governo
Berlusconi, emendamento alla Finanziaria. Con l'aiutino del centrosinistra
viene approvato un comma che aggiorna in extremis il senso della
"privatizzazione" e stabilisce che - certo - si può affidare tramite
gara d'appalto europea la gestione, ma tale servizio può essere svolto, se
esiste, da una società a intero capitale pubblico. Gli abruzzesi, i più svegli,
capiscono subito la fortuna che è loro capitata e così l'Ato genera una SpA a
intero capitale pubblico, cioè l'Aca. C'è l'Aca e dunque, a norma di legge,
l'affidamento del servizio si può decretare "in house". House, casa.
Senza gara, tutto fatto in casa. E' un'idea bella due volte perché non soltanto
non bisogna fare l'appalto, ma si raddoppiano i consigli di amministrazione, si
raddoppiano le poltrone e i compensi.
La privatizzazione dell'acqua
a Pescara come altrove diviene - in house - realtà. A dirigere l'Aca c'è un
diessino, a consigliare vengono chiamati i segretari o i leaders locali dei
partiti del centrosinistra: dei Ds, della Margherita e dello Sdi. Uno
strapuntino è offerto anche alla Casa delle libertà. E' bellissimo: con l'acqua
si guadagna un bel gruzzolo al mese, cinquantamila euro l'anno l'indennità
media di consigliere, e si fanno cose che altrimenti mai si sarebbero potute
fare. La prima e più importante: quando devi assumere qualcuno non c'è bisogno
di indire un concorso.
E dunque, ammesso che si hanno
cattive intenzioni, non c'è bisogno nemmeno di sforzarsi per taroccarlo.
Assunzioni dirette. Tu vieni e tu no. A te uno stage di un anno, a te un
contratto per sei mesi. Pianta organica a fisarmonica e via col liscio. Poi,
seconda cosa bella, la capogruppo può generale altre società, altri presidenti,
altri consigli di amministrazione, altri revisori dei conti. Si chiamano enti
strumentali. Per far bere ai pescaresi un'acqua ancora più buona, si decreta la
nascita di tre società modello: Hydrowatt Abruzzo, Idros e Aca Service. Chi si
occupa delle bollette, chi dei depuratori, chi dell'approvvigionamento.
Bellissimo davvero.
L'Aca è forte, e benché la sua
rete sia un colabrodo e perda ogni giorno durante il tragitto dalla sorgente
alle case quasi il 56 per cento del suo originario carico, decide di portare
l'acqua anche in Africa, in Burkina Faso. E' una campagna di solidarietà
promossa con la Fondazione Abruzzo Riformista. Certo, il presidente dell'Aca è
anche il presidente della Fondazione. Riformista è il leader diessino. Ma cosa
c'entra?
Intanto si lavora. Ci sono
piccoli incidenti di percorso: l'Aca sbaglia un numero spropositato di
bollette, e anche il piano industriale, per restare al tema, fa acqua. Il
management, che col tempo si affida a un personale sempre più qualificato
(assunti, tra gli altri, il fratello del vicesindaco di Pescara, il cognato di
un assessore del capoluogo, il figlio del sindaco di Popoli, la moglie di un
consigliere di amministrazione) inizia a individuare strade nuove per
l'approvvigionamento finanziario. L'Aca non solo perde acqua ma perde anche
soldi. Con un fatturato di trenta milioni di euro, quindici sono i debiti verso
fornitori e banche. La politica, che qui diviene impresa, ha bisogno di soldi
per fare investimenti. Bussa alle banche. Decide per la via più breve e più
efficace: chiede e ottiene uno scoperto di conto corrente. Sull'unghia
raccoglie quattro milioni di euro che servono per le spese. I mutui, certo,
sarebbero la forma di finanziamento più adatto. Ma la pratica comporta tempi
lunghi. Il riformismo di sinistra ha bisogno di essere veloce, di fare prima di
pensare.
E, infatti, quando arriva il
tempo delle elezioni regionali un grande slogan bussa alle case pescaresi:
"Le idee in pratica". E' il motto del candidato dei Ds che,
abbandonata la carica di presidente dell'azienda, decide di fare il gran salto
al consiglio regionale. Garantisce: "Sarò il nuovo assessore alla
Sanità".
All'Aca c'è un subbuglio: al
presidente uscente, il diessino Di Matteo, succede un revisore dei conti, il
diessino Bruno Catena. Il leader della Margherita si ferma alla presidenza
dell'Ato, un consigliere diessino viene trasferito al comune capoluogo e fatto
assessore. Il segretario socialista resta fermo nel consiglio di
amministrazione. La campagna elettorale è altamente spettacolare, il nuovo
leader dell'Abruzzo riformista è potente e concreto. Ama la forchetta, infatti
pesa oltre un quintale, e le maniere spicce. I sindaci dell'Ato, i sindaci
rossi del parlamentino dell'acqua, si raccolgono in uno spot elettorale di
sostegno del beniamino. Venti comitati elettorali, pirotecnici ma efficaci.
Dodicimila voti, primo degli eletti diessini.
Il centrosinistra vince in
Abruzzo, Ottaviano Del Turco ne è il presidente, la destra è fermata. Fassino è
contento e mette piede a Chiedi, per un comizio. Gli si fanno incontro i
sindaci, la nuova leva riformista. Nel gruppo la stazza di Di Matteo. I sindaci
lo circondano. E' gente di montagna, dai modi sinceri ma ruvidi. Gli intimano:
"Cossù adda fa l'assessore". Fassino rivolto al segretario regionale:
"Cosa vogliono, non li capisco". Di Matteo deve fare l'assessore alla
Sanità. Il segretario torna a Roma e si documenta. C'è qualcosa che non va, Di
Matteo è promosso capogruppo al consiglio. Lui del resto è l'unico eletto.
Avrà un'indennità aggiuntiva
ma niente assessorato. Di Matteo non capisce e non si adegua: "Questi sono
abituati alle parole, io sono uno concreto. Mi hanno messo in un posto che non
mi piace, se mi rompo i coglioni...".
(3 maggio 2006)